Brighton esempio virtuoso, l’Italia vuol lasciare l’ultimo stadio

La penna degli Altri
domenica, 16 marzo 2014 alle 9:58
tor di valle
CORSERA (P. TOMASELLI)
- «Tutti — e dico tutti — i seggiolini, come potete vedere, sono imbottiti per dare la massima comodità allo spettatore, anche nel settore ospite. In due anni e mezzo ne abbiamo sostituiti appena sei...». L’umore della insolita comitiva in visita guidata all’Amex Stadium di Brighton, 28 mila tifosi presenti per la partita di martedì sera contro il Queens Park Rangers (vinta 2-0), tende alla depressione profonda: troppo bella questa struttura dove si celebrano anche i matrimoni, troppo costosa, troppo perfetta, soprattutto pensando al filo spinato, alle gabbie, ai petardi e all’inciviltà complessiva di molti stadi italiani. Ma un viaggio sulla luna — organizzato dalla figlia d’arte Ludovica Mantovani e dal suo attivissimo forum «Football Avenue» — serve a tenere lo sguardo verso l’alto, anche quando si torna a casa: presidenti e dirigenti di A, B e Prima divisione sono sbarcati sulla costa sud dell’Inghilterra a visitare gli incredibili impianti di una squadra di Championship, il Brighton & Hove Albion, che lotta per l’accesso alla Premier.
Lo stadio da 120 milioni di euro e il centro sportivo ancora in costruzione da 40 però sono già di categoria superiore. Grazie all’American Express, che è di Brighton, e al presidente campione di poker Tony Bloom. I rappresentanti di Juventus, Sampdoria, Sassuolo, Brescia, Varese, Lanciano, Entella, assieme al d.g. della Lega B Paolo Bedin e al responsabile dei progetti sportivi del Comune di Firenze, Jacopo Vicini, sono venuti a vedere come una società, grazie al suo nuovo impianto, sia passata in tre anni da 6 mila a 27 mila spettatori a partita (23 mila mila quelli abbonati) dando lavoro a 1.200 persone: erano 180, nel 2011 con il Brighton in terza serie. Il bilancio del viaggio di istruzione è agrodolce. Ma qualcosa, come dimostrano le accelerazioni del Milan, il progetto ormai pronto della Roma, gli esempi virtuosi di Juve, Udinese, Sassuolo, sta cominciando davvero a muoversi sulla questione stadi.
«Quello che abbiamo visto è la conferma che siamo sulla strada giusta — dice Aldo Mazzia, amministratore delegato della Juventus —. Siamo molto contenti di vedere che in Italia ci sono altre realtà disposte a seguire il nostro esempio, perché è tutto il sistema che deve evolversi». Le altre — considerato che la legge di stabilità prevede procedure semplificate per l’approvazione dei progetti e misure compensative per attirare gli investitori privati — hanno sempre meno alibi: «L’esperienza di un viaggio come questo — dice Vittorio Garrone della Sampdoria — non la dovremmo fare solo noi proprietari delle squadre, ma anche i sindaci e i tutti i vari burocrati del nostro sistema. Non pensavo che il divario con certe realtà fosse così profondo. Abbiamo buttato via dieci anni e tantissime risorse. Adesso dobbiamo avere coraggio, osare, spingere per costruirci una casa nostra, altrimenti non ha più senso continuare». «Viste dall’Inghilterra la lentezza e le difficoltà italiane sono evidenti — dice Lorenzo Pierini, architetto della londinese Kss che ha progettato lo stadio di Brighton e che ha deciso di avvalersi di un partner per la conoscenza delle nostre procedure urbanistiche —. Ma tutti gli interlocutori con cui ci siamo confrontati sono molto interessati a sviluppare i loro progetti. Brighton è un modello molto alto, ma ogni società può fare lo stadio secondo le proprie finanze».
Gli altri proprietari al seguito, Corioni del Brescia, Laurenza del Varese, Maio del Lanciano, Gozzi dell’Entella, annuiscono convinti. Portare presto a casa un pezzetto del modello inglese, lasciando ovviamente in pace i seggiolini, ormai è una necessità.

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